• Paesaggio notturno scuola Fontanesi

    Paesaggio notturno Antonio Fontanesi
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Paesaggio notturno

Olio su tavola della scuola di Antonio Fontanesi

Dipinto olio su tavola raffigurante un paesaggio notturno attribuibile alla scuola di Antonio Fontanesi, famoso pittore italiano appartenente alla corrente dei naturalisti e paesaggisti italiani.

Il quadro è di buone dimensioni, è corredato di cornice dorata ed è in un buono stato di conservazione.

Le misure del dipinto sono:

  • Altezza senza cornice 27 cm;
  • Larghezza senza cornice 42 cm;
  • Altezza con cornice 44 cm;
  • Larghezza con cornice 49 cm;
  • Tecnica: olio su tavola;
  • Epoca: XIX secolo (‘800).

BIOGRAFIA

Antonio Fontanesi (Reggio nell’Emilia, 23 febbraio 1818 – Torino, 17 aprile 1882)

Nacque il 23 febbraio 1818 a Reggio Emilia, da Giuseppe Fontanesi e Maddalena Gabbi, ed ebbe un’infanzia povera e disagiata, che segnò con una vena malinconica ed idealista tutta la sua opera pittorica.

Nel 1832 si iscrisse alla scuola comunale di belle arti di Reggio e fu subito benvoluto dal professor Prospero Minghetti, che lo spinse a specializzarsi nel genere scenografico e decorativo e nella pittura murale.

Nel 1847 si trasferì a Torino per partecipare alla prima guerra d’indipendenza, combattendo nei volontari lombardi di Garibaldi, ma la crudezza della guerra lo spinse a riparare prima a Lugano e poi, dal 1850, a Ginevra, in cui si stabilì fino al 1865.

In questo periodo entrò in contatto con alcuni pittori svizzeri, tra cui Auguste Ravier, Alexandre Calame e Charles-François Daubigny, che lo indussero a dedicarsi alla pittura di paesaggio e ad aprirsi alle novità artistiche europee: a questo proposito furono importanti i viaggi a Parigi (1855 e 1861), in cui conobbe Corot ed i pittori naturalisti della scuola di Barbizon, e a Londra (1865), dove poté ammirare le opere di Turner, Constable e Gainsbourough.

Da tali viaggi Fontanesi trovò conferme al suo interesse per la pittura di paesaggio: se inizialmente ricercò un approccio diretto alla verità naturale (come nel quadro Il sentiero nel castagneto, 1850-1855,Torino, Galleria d’arte moderna), poi riprese da Daubigny e Corot vivaci effetti di luce e d’atmosfera, introducendoli in paesaggi tendenzialmente malinconici, sentiti come espressione dell’animo, secondo i principi del Romanticismo.

Nel 1861 fu poi a Firenze per partecipare alla prima mostra nazionale italiana, e qui conobbe i macchiaioli, ma non ne fu influenzato, se non nei temi di alcuni quadri dipinti anni dopo, nel 1867, quando si stabilì nello studio fiorentino del pittore Cristiano Banti: infatti la sua pittura restò venata di intimismo romantico, ed assunse un esplicito valore lirico ed evocativo, tardoromantico e, al tempo stesso, presimbolista (Radura, 1860-1865, Torino, Galleria d’arte moderna).

Nel 1868 fu chiamato a insegnare presso l’Accademia di belle arti di Lucca, poi nel 1869 ottenne la cattedra di paesaggio alla Reale Accademia Albertina di Torino: qui dipinse le sue opere più note, tra cui Aprile (1873, Torino, Galleria civica d’arte moderna) e Solitudine (1875, Reggio Emilia, Museo civico), che gli procurarono un certo successo di pubblico e critica; tuttavia fu anche oggetto di invidie ed incomprensioni, per cui accettò un’esperienza biennale di insegnamento presso l’Accademia di Tokyo, nel 1876-78.

Infine, insoddisfatto dell’esperienza ed ammalato, nel 1878 ritornò al vecchio incarico a Torino: in questo periodo dipinse gli ultimi dipinti, visioni fantastiche di squarci naturali indefiniti, accesi da bagliori spettrali (Tramonto infuocato sulla palude e Le nubi, 1880, Torino, Galleria d’arte moderna). Dopo aver tentato di stabilirsi in Francia, nel Delfinato, rimase a Torino fino alla morte, avvenuta il 17 aprile 1882.

È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino, mentre una targa posta nell’androne del Museo Accorsi-Ometto lo ricorda.
Nel 1901 la Biennale di Venezia gli tributò l’omaggio di una grande rassegna di dipinti, mentre in anni più recenti si sono svolte alcune iniziative della Calcografia Nazionale e dei Musei Civici di Reggio Emilia, che hanno rivalutato le sue incisioni, perfette dal punto di vista tecnico e tra le migliori dell’Ottocento italiano.

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